PAGINA DELL'ARTISTA AMELIA MORETTI

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Fiori rosa  
   
   

Nata a Novi di Modena il 27/07/1932 vive a Torino fin da bambina e qui studia e lavora, solo in tarda età fa ritorno nella nativa Emilia, dove comunque continua a produrre opere.

Frequenta l'Accademia Albertina, Accademia di Belle Arti di Torino, è allieva di Felice Casorati prima e di Francesco Menzio poi; i cui stili si fondono in una rappresentazione estremamente calibrata e mediata della realtà: che sia di figure o di nature morte oppure di fiori.

Pittrice essenzialmente verista, con notevoli venature impressionistiche ha sempre conservato la lezione del maestro Felice Casorati sia nella solidità dei volumi, nelle figure e nelle composizioni delle nature morte.

Nella sua opera si nota la sicurezza esecutiva che contraddistingue l'impianto dei quadri qualunque sia la tecnica utilizzata.

Predilige l'olio su tela, utilizzando, con la sicurezza che le viene dalla grande esperienza, sia il pennello che la spatola. Proprio grazie alla spatola riesce a creare quegli effetti di colore e di movimento che contraddistinguono i quadri della maturità dell'artista.

La sicurezza del tratto emerge comunque anche dagli acquerelli , pieni di colori e di sfumature, dai disegni sia a carboncino che a sanguigna.

Il suo discorso si colloca nell'ambito di una pittura tipicamente figurativa, che prende forma da un disegno nitido, incisivo, immediato sia che suggerisca un profilo di donna, una corolla di fiore o un declivio collinare.

Raffigura la donna sempre intrisa di un costante senso di malinconia, ripiegata su se stessa con una sensibilità cromatica che ne accentua lo stato d'animo inquieto; nelle composizioni di frutta e di fiori invece si coglie la serenità interpretativa e la tensione emotiva e poetica dell'artista col gioco delle luci e delle ombre oltre all'intensità dei colori e delle mescole.

Ha partecipato a numerose esposizioni sia collettive che personali sia in Italia che in Europa riscuotendo sempre grandi manifestazioni di interesse.

I suoi quadri sono presenti in permanenza in diverse gallerie e pinacoteche italiane ed europee e nei corridoi vaticani.

 

CRITICA

Amelia Moretti Carpinello

Ci sono, nell’altalenante e spesso incerto andamento di ciò che è chiamato il “sistema” dell’arte di oggi, dei veri e originali talenti, silenziosi e appartati, apparentemente poco partecipi quando non del tutto avulsi dalle diatribe e dal cicaleccio del cosiddetto dibattito artistico a loro contemporaneo, che sembrano solcare con grazia e coerenza, formale, stilistica e intellettuale, il cammino di un secolo gonfio di sperimentazioni, di novità e di innovazioni, talvolta buone e feconde, talaltra rivelantesi poi inutilmente caotiche, buone soltanto per giustificare il mito, duro a morire, di un’avanguardia eternamente in crisi di idee, di pubblico oltre che di qualsivoglia senso estetico e regola formale.

Ad uno di questi talenti è senz’altro associabile l’opera di Amelia Moretti Carpinello, artista solida e dalla naturale quanto forte inclinazione pittorica fin dalla sua iniziale formazione come allieva di Casorati a Torino, via via rivelatasi, nelle diverse stagioni della sua lunga carriera, autrice dal forte senso compositivo e plastico nella delineazione delle figure e dei volumi, dalla grande carica poetica e dalla forte capacità cromatica nell’uso della tavolozza, venata però da una sottile ed evanescente carica malinconica, che contraddistingue la sua intera poetica.

Se la sua opera appare infatti, nelle diverse declinazioni che via via la pittrice ha voluto e saputo imprimere al suo rigoglioso talento nel corso del tempo, fortemente classica, debitrice appunto della salda lezione accademica che seppe fornirle il genio non solo pittorico, ma notoriamente ricco di suggestioni e di spunti dal punto di vista umano e didattico, di Felice Casorati,

è però indubbio, al contempo, che l’artista abbia saputo col tempo sviluppare una sua visione peculiare: allo stesso tempo classica, è indubbio, confortata da una forte plasticità cui non è estraneo uno sguardo alla grande lezione cézanniana, e al tempo stesso intimista, pur restando fedele a temi e soggetti tipici del repertorio artistico della grande tradizione pittorica europea: ritratti, specie femminili, nature morte, vasi di fiori, più raramente paesaggi.

E’ come se la pittrice, pur armata di una forte e salda conoscenza della storia dell’arte, avesse creato un repertorio tutto suo, un aulico catalogo di temi e suggestioni che, da pittrice realista che tuttavia non rinuncia a una visione fortemente intimista del reale, sembri saper sempre trovare, nei quadri, il sapore d’infanzia di un mondo intimo, privatissimo, che si traduce in poche e forti immagini interiori. Immagini che rimandano sempre a un proprio universo onirico, un mondo di pensieri e di memorie, come reinventando – dalle vibranti nature morte, ai rigogliosissimi vasi di fiori, alle piante, alle figure, ai volti – l’intero suo mondo interiore, quasi si trovasse a tentare la difficilissima operazione di dare un forte ordine formale, in un calibrato e vasto ornamento di colori, a un intero universo di ricordi e di affetti lontani. È infatti il colore, oltre alla forte solidità delle figure, a connotare profondamente il lavoro della pittrice emiliana. La ricchezza cromatica dei suoi vasi di fiori, delle sue composizioni di frutti, la solarità dei suoi ritratti, delineati a forti colpi di spatola, con una materia corposa che ricorda a momenti il tratto del pastello, lasciando non di rado trasparire la trama della tela sottostante, sono certamente quello che si potrebbe definire, per un lungo periodo, il suo “marchio di fabbrica”. Ma è, realmente, un’aria sognante, misteriosa, di fresco e non disturbante sogno mattutino, a fare dell’opera di questa notevole pittrice un caso più che interessante nel panorama della pittura che ha attraversato senza traumi la seconda metà del secolo scorso e l’inizio del nuovo.

Andate con lo sguardo a quadri magici e solari come la rappresentazione delle paludi di Marina di Ravenna (Floresons), che data al 1972: e vi ritroverete catapultati in un mondo che non appartiene al reale, ma all’onirico, al ricordo trasfigurato dalla materia palpabile dell’olio; guardate il rigoglio dei suoi fiori in vaso, dei suoi limoni sparsi su una tavola, di una scena di cacciagione autunnale con un ramo di cachi; e ancora le sue sterlizie, i suoi amarilli, i suoi lilium, le sue viole, le sue fuxie, le sue azalee, i suoi garofani o i suoi tulipani di un viola intenso e i suoi girasoli che si perdono su un fondo che è un pezzo di ottima pittura informale in un contesto figurativo: non c’è iato, non c’è vera dissonanza, pur nei diversi riferimenti stilistici, con opere un poco più tarde, quelle Evoluzioni della sua pittura, che caratterizzeranno un’altra stagione del suo percorso umano e artistico, più palesemente malinconico e ripiegato in se stesso, in cui le figure femminili sono delineate con sottili velature di materia e di successive trasparenze. Troviamo continuità e armonia, poiché, pur nello stile apparentemente meno classico e solo all’apparenza meno solidamente costruito dal punto di vista formale, ma di cui in realtà di intravede un continuo e rigoroso alternarsi e sovrapporsi di piani, di linee, di diagonali e di volumi che costituiscono la vera ossatura della composizione, anche le donne del periodo delle Evoluzioni appaiono, come i vasi, come i paesaggi, come le nature morte, una perfetta metafora della stessa pratica del dipingere, della faticosa conquista della forma sul reale, in quel loro mescolare la solida lezione antica, casoratiana, novecentesca, con rimandi di straordinaria modernità, stranianti, onirici, che attraversano e superano l’idea stessa di astrazione o di rappresentazione in un unicum che non è assimilabile ad altro che a se stesso, al lavoro pittorico che è sempre mescolanza, originalità, onestà dello sguardo e profonda visione interiore. Sono, questi, i prodotti dell’inconscio della pittrice, trasportati su un piano formale di forte capacità compositiva e di deciso cromatismo. Quasi che Amelia Moretti Carpinello sapesse, con la maestria di una grande pittrice, mettere un ordine nel caos della sua testa e della sua affettività, pescando liberamente, come in un antico mantra rituale, figure, brani, frammenti di realtà e temi pittorici che emergono a pezzi e a sprazzi dalla buia notte dell’inconscio e della materia, per dare forza e sostanza al nostro sguardo, facendoci partecipi della bellezza, della classicità o della gioia e dell’importanza dei volti, dei volumi, della natura, delle cose, degli stessi gesti che scandiscono il nostro vivere quotidiano.

Vittorio Sgarbi

 

MOSTRE

ANNO 2017

 

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