PAGINA DELL'ARTISTA GIOVANNI ANTONIO MOCCHI

licca per ingrandire

 
The lake wenderer  
 

 

   
 

 

 

 

Ho imparato ad amare la fotografia grazie a mio padre fotografo, durante le lunghe sedute di stampa chiusi in una camera oscura.

Il mio percorso professionale mi ha visto impegnato principalmente nella fotografia di reportage dalla fine degli anni '80 fino ai primi anni duemila.

I reportage in Africa hanno modificato il mio modo di osservare.

A fine anni '90 ho iniziato a fotografare e a frequentare, alcuni personaggi della cultura e dello spettacolo. Poi sono stato fotografo di danza e di teatro.

Con l'introduzione del digitale ho lasciato la drammatizzazione del bianco nero, provando ad accostarmi al colore e alla leggerezza ma è stato complicato per me. 

Ho rallentato la mia l'attività per circa due mesi per frequentare alcuni corsi professionali sulla fotografia digitale e la sua postproduzione per poter così controllare tutto il processo che prima svolgevo in camera oscura.

Nella comprensione dell'utilizzo dei colori è stato fondamentale Kandinsky con "Lo spirituale nell'arte" e con la ricerca di - una teoria dell'armonia nella pittura -.

Per lui i colori hanno odori sapori suoni e direzioni, arrivando a determinare vibrazioni dello spirito.  Conquistante poi la dichiarazione della necessità di onestà e di purezza nell'arte. 

Dal 2010 inizio ad accostarmi con metodo alle immagini e ai testi lasciati dal fotografo Luigi Ghirri, più tardi, grazie soprattutto agli scritti di Gianni Celati comprendo meglio il suo lavoro.

Precedentemente il mio approccio era quello di provare a modificare ciò che osservavo, ansioso di mostrare, cosa quasi impossibile, immagini ancora non vedute.

Con gradualità ho iniziato a spostare il mio sguardo su cose che precedentemente non consideravo e proprio perché semplici e scontate forse mai osservate con attenzione.

Quel che rimane del Giardino dell'Eden credo risieda fuori dall'uscio di casa nostra e fotografare penso che possa essere un modo per provare ad osservare e salvare quel po' di bellezza che ancora ci rimane accanto e a cui spesso non facciamo più caso.

Gianni Celati dice che: "..il mondo prende forma perché qualcuno lo osserva, prende forma quando qualcuno sente il desiderio di contemplarlo.." 

Tutto ciò che pare già visto si è portati a non considerarlo.

Spesso mi domando come vorrebbe essere visto ciò che sto osservando. 

Non mi sento ne creativo ne artista, di sicuro osservatore e contemplatore.

La luce è l'elemento fondamentale, vengo attratto dagli oggetti dalle forme dai colori, forse da ciò che ho già conosciuto, dai ricordi sedimentati e più o meno consci ma se la luce non è quella che serve capisco che dovrò tornare in un altro momento per provare a cogliere l'armonia possibile.

Posso dire che nel momento stesso in cui pigio il pulsante e l'otturatore scatta si interrompe il ragionamento e il sentire che mi collegava all'oggetto, all'orizzonte o alla architettura inquadrata.   Tutto riprende quando in studio osservo a lungo le immagini scattate ricevendo nuove sollecitazioni. 

La successiva fase di post produzione delle immagini selezionate, tecnicamente dura pochi minuti. 

Se la macchina fotografica è uno strumento menzognero allora la mia menzogna si ferma lì, alla fase di ripresa, poiché la post produzione digitale del file riguarda solo l'ottimizzazione della luce; come del resto accadeva in camera oscura durante la fase di stampa analogica del negativo fotografico.

I premi vinti in alcuni concorsi mi hanno incoraggiato a continuare.

Della fotografia amo i contorni e i limiti del fotogramma che i miei pensieri a volte sembrano perdere, così come la ricerca di segni e riferimenti che possano orientarmi tra me e l'orizzonte.

Penso inoltre che le sfumature siano molto importanti soprattutto in questi tempi in cui paiono inutili o bandite.

In particolare amo fotografare gli spazi, dai campi coltivati ai paesaggi marini a fine stagione, ma anche i parcheggi deserti così come ogni altra cosa che mi attrae.

La ricerca è personale ma quasi sempre cerco di capire qual'é la piccola mediazione che mi consentirà di poter condividere ciò che mi interessa e mi attrae.

Credo che in fondo le persone che incontro e vivono dove vivo io hanno le mie stesse necessità gli stessi desideri profondi che si fatica a riconoscere nei grovigli del pensare e del vedere quotidiano.

Qualcuno dice che quello che lega gli uomini sono le domande che gli uomini si fanno, non le affermazioni ed io penso sia vero.

Pensare ai pensieri degli altri fa bene.  A volte vorrei essere nella mente delle persone che osservano qualcosa, così il desiderio di poter condividere mi porta a sperare che le persone, guardando le mie fotografie, possano entrare nei miei pensieri. 

Con le mie immagini vorrei rappresentare la bellezza e l'armonia della quotidianità.

La semplicità della visione e la leggerezza penso che caratterizzino spesso le mie immagini.

Oltre ai fotografi Werner Bischof, Ugo Mulas, Marco Pesaresi, Luigi Ghirri, i miei riferimenti culturali più importanti, in ordine molto sparso, sono: Gianni Celati, Herman Hesse, Giacomo Leopardi, Rainer Maria Rilke, Sant'Agostino, Osvaldo Soriano, Gianni Rodari, James Hillman, Lewis Carrol, Herman Melville, Henry David Thoreau, Italo Calvino, Kandinskij, alcuni pittori del Romanticismo italiano, Jean Michel Folon, ma anche Hugo Pratt.

Esposizioni:

Cremona - Arte Cremona Fiera - Marzo 2019

New York - Agora Gallery - Febbraio 2019

Milano - Spazio Alda Merini - Ottobre 2018

Santo Stefano al Mare IM - Giugno 2017

 

Critica

Giovanni Antonio Mocchi, è un fotografo dotato di un forte senso dell’arte, una propensione evidente tanto nei suoi lavori che nei suoi scritti teorici. Il primo merito della poetica di Mocchi consiste nell’aver riconquistato al cittadino la campagna con i suoi incontaminati silenzi, con le sue vastissime campiture, con una profondità di visione senza limiti, con la sua atmosfera e, immedesimandosi, persino i suoi profumi. Qui si vuole rendere il senso di un umanesimo integrale, senza i fattori coercitivi della città, dei riti urbani, del fragore, dei troppi colori che accompagnano il cammino sulle strade in contrasto con l’immacolata visione dei sentieri, dei campi, del silente lavoro umano. Proprio per sottolineare la presenza umana nei deserti campi, Mocchi lascia, al contrario di molti suoi colleghi che intervengono in post-produzione per eliminarle, le linee di pali della luce, che segnano le distanze ed esaltano la vastità dei suoi orizzonti. Quando è il caso sa cogliere anche il fascino di splendidi notturni che accendono una luminosa face tra le nubi che si addensano sulle fila degli ombrelloni chiusi di una spiaggia, oppure la meraviglia della gente di fronte all’albero, simbolo dell’Expo di Milano. Ma in lui rivive anche un tratto della sensibilità romantica, quello che aveva esaltato la solitaria contemplazione dell’immenso, come fa la donna seduta sola su una spiaggia per contemplare un mare reso in prospettiva infinita. 


Aldo Maria Pero, Agosto 2017